lunedì 29 maggio 2017

Si continua con gli intrallazzi del ministro Lotti ma nessuno ne parla, Lotti non è un ministro ma un affarista economico ladro.

Domenica 28 maggio 2017
"La famiglia del ministro Luca Lotti ha incassato
i 450.000 euro della fideiussione di Consip".
Nuova bufera per il galoppino di Renzi
(Giacomo Amadori per la Verità)
Quando il commissario giudiziale ha pronunciato la domanda, l’ imprenditore
renziano è rimasto a bocca aperta: «Non è che la famiglia del ministro
Luca Lotti ha incassato i 450.000 euro della fideiussione d’ accordo con lei
e poi ve li siete spartiti?».
A stupirsi, raccontano a Rignano sull’ Arno, cuore geografico del renzismo,
è stato Andrea Bacci, solido imprenditore nel settore degli articoli in pelle e
del lusso, un pò meno fortunato con l’edilizia, conosciuto ai più per lo stretto
legame con la famiglia Renzi e in particolare con l’ex premier Matteo, di cui
è stato pure uno stretto collaboratore, nonché fundraiser con la fondazione Big Bang.
A gennaio il suo nome era finito sulle prime pagine dei giornali quando un creditore
insoddisfatto fece esplodere alcuni colpi di pistola contro la sua auto e l’insegna
di una delle sue azienda.
IL TERRENO DEL NONNO
I parenti di Lotti hanno scelto una strada meno scivolosa per rientrare da un credito:
ritirare la garanzia per la mancata consegna di uno degli appartamenti che la
Samminiatello Srl controllata al 100% dalla Coam Srl di Bacci, stava costruendo
su un loro vecchio terreno a Montelupo fiorentino (Firenze).
Una mossa legittima che però è finita sotto osservazione nel procedimento per
il fallimento della stessa Samminiatello.
Infatti, in caso di bancarotta, qualcuno potrebbe chiedere conto ai Lotti
dell’arricchimento ottenuto a scapito di un’ azienda in difficoltà.
Nel 2013 la Samminiatello aveva acquistato il terreno che fu di nonno Gelasio Lotti
a 850.000 euro, circa un terzo di quello che, a oggi, i costruttori, nella più rosea
delle previsioni, potrebbero immaginare di guadagnare, vendendo i nove
appartamenti in fase di esecuzione.
Un prezzo certamente di favore se si pensa che normalmente i terreni vengono
ceduti, quando va bene, a un sesto del valore di mercato del terreno edificato,
ma possono essere pagati anche un decimo.
Di quegli 850.000 euro 450.000 vennero coperti con la permuta di un appartamento
di 170 metri quadrati, garantita da una fideiussione della Assicurazioni Generali
e controgarantita dalla Coam.
LA POLIZZA
Nell’ ottobre scorso la Procura di Firenze ha presentato istanza di fallimento nei
confronti della Coam, finita in stato di crisi, e pochi giorni prima di Natale la
famiglia Lotti ha chiesto di incassare, riuscendoci in meno di un mese, la polizza
da 450.000 euro.
Un’escussione ottenuta a velocità record, considerando i tempi medi che devono
aspettare normalmente i possessori di fideiussioni a garanzia.
Ma la riscossione della polizza avrebbe determinato lo stato di insolvenza
della Samminiatello.
Secondo i legali della società se i Lotti non fossero passati all’ incasso,
probabilmente i pm non avrebbero sollecitato il fallimento della società.
In effetti il principale creditore, la banca Tercas (oggi Banca Popolare di Bari),
quella che aveva concesso il mutuo, utilizzato solo parzialmente, per realizzare
il comprensorio, non aveva ancora chiesto il rientro alla Samminiatello
nonostante il ritardo nei lavori.
Al contrario i Lotti hanno pensato di mettere al sicuro il loro investimento,
senza preoccuparsi di mandare a fondo l’amico di famiglia dei Renzi, nonché
ristrutturatore della villa dell’ ex premier.
Infatti la Generali ha subito chiesto alla Coam la restituzione del mezzo
milione discusso.
LO SGARBO
Però Bacci, che tanti soldi ha perso con la sua attività politica e con il suo
generoso sostegno alla scalata dell’ex Rottamatore, lo sgarbo di Lotti, che
considerava quasi un figlio, proprio non l’ha mandato giù.
Per questo, giurano gli amici e i professionisti che lo assistono, non ha nessuna
intenzione di ripianare il rosso della Samminiatello, evitandole il crac, salvo
ovviamente far tutto il possibile per aiutare i creditori.
Se fallimento sarà, a pagarne le conseguenze, è il ragionamento dell’ imprenditore,
non può essere lui solo.
Nel frattempo lo studio Galeotti Flori che assiste Bacci in questa corsa contro
il tempo (la decisione del Tribunale sul fallimento è prevista a giugno) ha bussato
a denari a casa Lotti, chiedendo agli avvocati della controparte di rinunciare a una
parte del guadagno ottenuto con la polizza e per la precisione a 100.000 euro che
verrebbero utilizzati per favorire accordi di ristrutturazione del debito con la
compagnia assicuratrice e per convincere la banca a completare l’ intervento
edilizio evitando di lasciare sul territorio un’ opera incompiuta.
Sembra, però, che i Lotti «non abbiano una gran voglia» di restituire parte del tesoretto.
Ma alla Coam non desistono: sono convinti che la contrazione del mercato e il
conseguente crollo del valore dell’ appartamento in permuta (sceso sotto i 250.000 euro)
non possano riguardare solo il costruttore.
La trattativaIl commercialista Lorenzo Galeotti Flori spiega: «La natura della
permuta sottintende la disponibilità delle parti ad accettare le eventuali
differenze di valore immobiliare che nel tempo possono avverarsi sia
in aumento che in diminuzione».
Insomma riscuotendo la fideiussione i Lotti si sarebbero sottratti al concorso
nel rischio d’ impresa (l’oscillazione del mercato immobiliare) previsto in
ogni convenzione permutativa e che ha riguardato gli altri creditori.
E se è vero che a incassare la polizza sono stati il padre e la zia di Luca Lotti,
in realtà tutte le trattative per l’ affare immobiliare sono state condotte dal
ministro in persona che inizialmente coinvolse nel progetto Bacci raccontando
di voler costruire sul terreno del nonno e che per una questione affettiva avrebbe
voluto trasferirsi in uno dei nuovi appartamenti, il più spazioso.
Ma adesso sembra aver cambiato idea.
CASA A FIRENZE
Quasi in contemporanea con la cessione dell’area di Montelupo, Lotti ha
acquistato casa a Firenze e i suoi famigliari piuttosto che aspettare la
realizzazione dell’ immobile nella frazione di Samminiatello hanno preferito
incassare il contante.
L’appartamento avrebbe dovuto essere consegnato nell’ottobre 2014 e
qualcuno potrà obiettare che i Lotti hanno mostrato sin troppa pazienza.
Ma alla Coam ribattono che il ministro dello Sport aveva garantito che erano
stati eseguiti tutti gli adempimenti burocratici, che invece hanno rallentato
di un anno l’inizio dei lavori.
Ma visti i rapporti tra la famiglia del ministro e la Coam, le parti avevano
sempre evitato di formalizzare qualsiasi proroga che, invece, di fatto era stata
dai Lotti concessa.
Tra loro, dicevano, era sufficiente una stretta di mano.
Peccato che questo patto tra gentiluomini, secondo quanto riferiscono gli
amici di Bacci, non sia valso quando è apparsa all’orizzonte la possibilità
di trasformare il ritardo della consegna in un lucroso affare.
Per tali motivi, già riferiti dall’imprenditore rignanese al commissario
giudiziale, è difficile che una futura eventuale indagine non finisca con il
coinvolgere anche Luca Lotti, sebbene Bacci abbia negato davanti al commissario
giudiziale che il ritiro della fideiussione fosse un piano condiviso con lui: «Io

non ho intascato neppure un centesimo».

Ecco uno dei grossi problemi dell'Italia, ma che pochi ne parlano.

Ci si domanda spesso il perché di certe azioni da parte dei giudici e dei
magistrati, vediamo personaggi scarcerati che dovrebbero rimanere in galera,
(Igor il Russo è un esempio attuale), crimini degli immigrati giustificati con
leggerezza, Italiani che si difendono da aggressioni in casa propria da
estracomunitari, invece condannati a pagare per essersi difesi.
Il perché sta tutto qui sotto, in questa esternazione da un ufficiale autorevole
come Giovanni Falcone, ufficialmente ucciso dalla mafia, ma io ci credo
poco a questa versione dopo aver letto dei suoi scritti.
La lezione inascoltata di Falcone sui giudici.
Già 30 anni fa condannava “l’incompetenza nei tribunali” e
chiedeva “carriere separate”.
Domenico Ferrara – Il Giornale 25/05/2017
C’è un Falcone che pochi conoscono.
Un Falcone dimenticato ancor prima della strage di Capaci.
È quello che, dal 1982 al 1992, parlava coi suoi scritti, coi suoi interventi
lontani dai riflettori mediatici, con le sue audizioni.
Idee nette, controcorrente, che trovano poco spazio nelle celebrazioni in
sua memoria forse perché aprirebbero uno squarcio nella magistratura,
costringendola a interrogarsi su stessa.
Eppure, non c’è miglior servizio che possa dare dignità al lavoro del
giudice se non quello di ricordarle queste idee.
Ecco cosa pensava sui temi principali della giustizia.
RESPONSABILITÀ CIVILE
Falcone dopo il referendum del 1988: «Gli italiani non ci vogliono più bene?
Per forza: siamo incompetenti, poco preparati, corporativi, irresponsabili. (...)
La stragrande maggioranza dell’elettorato ritiene che la funzione
giurisdizionale non sia svolta attualmente con la necessaria professionalità
e che bisogna porre rimedio alla sostanziale irresponsabilità dei magistrati».
LA COMPETENZA DEI GIUDICI
«Bisogna riconoscere responsabilmente che la competenza professionale
della magistratura è attualmente assicurata in modo insoddisfacente; il che
riguarda direttamente gli attuali criteri di reclutamento e quelli riguardanti
la progressione nella cosiddetta carriera, l’aggiornamento professionale e i
relativi controlli, la stessa organizzazione degli uffici e la nomina dei dirigenti».
L’ANM
«La crisi dell’Associazione dei giudici l’ha resa sempre più un organismo
diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di
affermazione dei valori della giurisdizione nell’ordinamento democratico (...)
Le correnti dell’Anm si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm».
MANCANZA DI CONTROLLI
«L’inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere
il Csm e i Consigli giudiziari, ha prodotto il livellamento dei magistrati
verso il basso».
PRECISIONE DELLE INDAGINI
«Non c’è altro da fare: rassegnarsi a lavorare moltissimo per raccogliere poco,
e cioè con la prospettiva di potere utilizzare solo in minima parte a fini
processuali i risultati delle indagini.
Ma, soprattutto, bisogna migliorare la qualità professionale delle nostre indagini.
Non c’è più spazio per verbali redatti in maniera approssimativa e per
affermazioni generiche; tutto deve essere preciso, concreto, specifico».
SEPARAZIONE DELLE CARRIERE
«Ho la faticosa consapevolezza che la regolamentazione della carriera
dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella
dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini,
l’habitus mentale, le capacità professionali richieste: investigatore il pm,
arbitro della controversia il giudice».
AZIONE PENALE
«Ci si domanda come è possibile che in un regime liberaldemocratico (...)
non vi sia ancora una politica giudiziaria e tutto sia riservato alle decisioni,
assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di procura e spesso dei
singoli sostituti.
Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del pm,
finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica della
obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli

della sua attività».

domenica 21 maggio 2017

E andiamo avanti con i ladri patentati, ma quando arriveremo all'arresto?

Consip, strano giro di soldi: “Dal Pd
all’azienda dei Renzi”
Tiziano avrebbe procurato al sindaco di Rignano 10mila euro, poi finiti
in consulenze alla sua Eventi6 (Massimo Malpica ilgiornale.it).
Non c’è pace a casa Renzi.
Matteo ha provato a ribaltare il tavolo dell’inchiesta Consip, ponendo
come «questione vera» non tanto le intercettazioni «rubate» tra lui e il
babbo Tiziano né il loro contenuto, ma piuttosto una domanda: «Ci sono
stati o no pezzi di istituzioni che hanno creato prove false contro un
rappresentante delle istituzioni»?
I pasticci e i lati oscuri soprattutto sul fronte napoletano dell’indagine,
in effetti, sembravano offrire campo al contrattacco dell’ex premier, libero
di rimarcare le gravi anomalie emerse nella gestione dell’inchiesta.
Se non fosse che, però, proprio da Rignano si moltiplicano i colpi di scena.
L’ultimo ha l’odore dei soldi e l’indirizzo della Eventi6, società di famiglia
dei Renzi, che avrebbe incassato denaro destinato al Pd.
Tutto salta fuori quando il Corriere della Sera va a Rignano ad analizzare
i riflessi sul voto nel feudo renziano dei veleni dell’inchiesta Consip.
E tra la fronda contro il sindaco uscente Daniele Lorenzini, eletto col Pd e
ora candidato contro i dem–oltre che teste «scomodo» per Tiziano Renzi,
avendo raccontato ai pm che il babbo del segretario Pd era spaventato–ecco
l’ex autista del camper di Renzi alle primarie, Billy, mostrarsi scettico rispetto
alle distanze prese da Lorenzini nei confronti di Carlo Russo, l’imprenditore
di Scandicci coindagato con Tiziano per traffico di influenze, che il primo
cittadino avrebbe messo a verbale di non conoscere.
Billy sostiene invece che Lorenzini da Russo ha pure preso soldi per la sua
campagna elettorale alle Regionali del 2015.
E Lorenzini, sul punto, non smentisce ma precisa.
Ammette di aver incassato 10mila euro di finanziamento (regolarmente
denunciato e iscritto in bilancio) ma aggiunge un dettaglio che non ha
riferito nemmeno agli inquirenti.
Ossia che quei soldi erano destinati al Pd nazionale, e che è stato Tiziano Renzi
a intervenire sul partito (nel 2015 già guidato dal figlio Matteo) per deviarli
sulle Regionali e metterli dunque a disposizione della campagna elettorale
di Lorenzini.
Il quale aggiunge, ancora, di averli spesi con un unico fornitore.
Non uno qualsiasi, bensì la Eventi6 dei Renzi: la società dove lo stesso
ex premier aveva lavorato sarebbe stata la destinataria finale dei 10.400 euro
targati Pd.
E il sindaco conclude ricordando che, quando il mandatario del Partito
democratico chiese all’azienda finanziatrice i documenti da inviare alla
Corte d’appello, venne indirizzato a parlare non con la società che aveva
sborsato i soldi–che si chiama Securtrak–ma con Carlo Russo, che da
intermediario procurò i documenti richiesti.
Il colpo di scena innesca il capogruppo in Regione Toscana di Fdi,
Giovanni Donzelli, che chiede chiarezza e annuncia sul tema
un’interrogazione in regione per domani.
«Se è vero, come ha dichiarato il sindaco di Rignano, che il Pd ha pagato
per le regionali 2015 10.400 euro alla Eventi6, saremmo di fronte alla prova
che Carlo Russo avrebbe usato il Pd per far arrivare soldi nelle casse
della famiglia Renzi».
Già nelle intercettazioni dell’indagine, ricorda poi l’esponente di
Fratelli d’Italia, era emersa la richiesta proprio da parte di Carlo Russo
all’imprenditore partenopeo Alfredo Romeo di finanziare con 70-80mila
euro il Pd toscano.
E anche sulla destinazione di quella cifra Donzelli aveva presentato
un’interrogazione.
Ora un nuovo capitolo, che apre altri scenari il cui meccanismo «se accertato»,
chiosa Donzelli, coordinatore dell’esecutivo nazionale di Fdi, «sarebbe un
fatto gravissimo, in un quadro dell’inchiesta Consip che già presenta

molti aspetti inquietanti».

venerdì 19 maggio 2017

Tutti i giornali a parlare delle schifezze di Roma, domenica scorsa c'è stata la farsa del PD che svuotavano i cestini dei rifiuti già vuoti, ma non parlano del caos rifiuti di Firenze, perchè?

Traffico di rifiuti a Firenze, indagati i “Matteo boys”
Maggio 12, 2017
I media mainstream scrivono fiumi di parole sulla situazione rifiuti a Roma,
Vespa farcisce i suoi servizi di immagini false per distorcere le notizie, il Tg5
rilancia la bufala del topo che mangia il panino al bar di Fiumicino.
Le altre città d’Italia come se la passano invece?
Non benissimo, a giudicare da certe notizie che ovviamente non troveranno
spazio nei TG.
Ecco cosa è successo a Firenze, città governata dal Pd di Nardella, nella
gestione dei rifiuti.
Accuse a tre dirigenti dell’azienda pubblica Alia fra cui il supermanager
riconfermato da Nardella.
Come scrive Fabrizio Boschi sul Giornale: “L’odore di marcio non proviene
solamente da Banca Etruria.
C’è puzza anche in altri ambienti legati al Giglio magico, i soliti amici
degli amici che si spartiscono poltrone in tutta Italia”.
Si legge: “Altri sei di loro sono finiti nel registro degli indagati.
E, trattandosi di marcio appunto, questa volta i problemi nascono dall’azienda
che gestisce i rifiuti di mezza Toscana, Alia Spa, 100% pubblica, rifondata
fresca fresca il 20 marzo scorso dalle ceneri dell’ex Quadrifoglio e in nemmeno
due mesi già finita in procura.
L’inchiesta riguarda la gestione dei rifiuti riciclabili: i carabinieri hanno
perquisito la sede di Alia a Firenze e sequestrato molta documentazione.
Indagati per abuso d’ufficio e traffico illecito di rifiuti, l’ad di Alia,
Livio Giannotti, l’ingegner Franco Cristo, responsabile degli impianti di
trattamento, il responsabile dell’impianto di San Donnino, due capi turno
e una dipendente che gestisce la raccolta e lo smaltimento.
Le indagini sono partite da un’altra inchiesta del giugno 2015, per il mancato
controllo sui rifiuti metallici raccolti da Quadrifoglio.
Tre le persone allora indagate: il presidente e ad di Quadrifoglio, Giorgio Moretti,
ancora Livio Giannotti e ancora Franco Cristo”.
Tanto per capirci, Alia (presieduta da Paolo Regini, ex di Publiacqua,
la società dove Maria Elena Boschi sedeva nel cda) è la quinta azienda
d’Italia del settore rifiuti nata in seguito alla fusione di Quadrifoglio,
che gestiva la raccolta dei rifiuti a Firenze, Asm di Prato, Publiambiente
di Empoli e Cis, di proprietà dei Comuni di Agliana, Montale e Quarrata,
tutti in provincia di Pistoia.
Serve 49 comuni e un milione e mezzo di abitanti, raccoglie ogni anno
823mila tonnellate di rifiuti, ci lavorano 1.800 dipendenti e ha un fatturato
di 225 milioni annui.
E quando girano tanti soldi, chissà come mai, c’è sempre di mezzo il Giglio magico.
Livio Giannotti, 61 anni, è il deus ex machina del Pd nel mondo dei rifiuti,
l’uomo che i poteri forti toscani hanno voluto a capo del nuovo soggetto che
amministra milioni di euro e che dovrà gestire il nuovo inceneritore.
Laureato in Economia con Mario Draghi (attuale presidente della Bce),
in 20 anni ha accumulato 23 poltrone di alto livello, anche nel cda di Mps,
dal 2001 al 2005.
C’era già con il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, confermato in
Quadrifoglio da Renzi e poi Nardella, per 172mila euro all’anno.
«Siamo persone oneste, che fanno bene il loro dovere», replica Giannotti.
Certo, in particolar modo, per le vostre tasche.
Giorgio Moretti, fondatore e ad del gruppo Dedalus, leader in Italia nella
produzione di software in ambito sanitario e clinico (dieci sedi, 550 addetti,
50 milioni di fatturato) e proprietario delle esclusive palestre Klab di Firenze.
Quando Renzi è diventato sindaco, Moretti è diventato presidente della
Quadrifoglio e appare tra i finanziatori della campagna di Matteo del 2009.
Capito la storia del quadrilatero Toscano?
Poi quelli del PD ci dicono che dobbiamo copiare il modello Toscano, certo,
c’è un problema però, se tutti in Italia copiano il modello Toscano, dobbiamo

chiedere alle nazioni confinanti di affittarci delle carceri.

Ecco gli onesti del PD su immigrati e Ong, maledetti.

Quella che vedete quì sopra è la Senatrice Vicari, una delinquente.
venerdì 19 maggio 2017
CLAMOROSO! Rolex in cambio di una legge.
Lo scandalo nel governo: indagata la sottosegretaria
L’operazione "Mare nostrum" ha registrato "un notevole attivismo" dell’armatore
Ettore Morace, arrestato per corruzione insieme al deputato regionale
Girolamo Fazio e a un dirigente regionale, in relazione a un presunto giro
di tangenti sull’affare del trasporto marittimo, "nel tessere una vasta e
diversificata rete di supporto politico-istituzionale, a livello regionale
e nazionale": è quanto sostiene l’Arma dei carabinieri.
Una rete "finalizzata al rafforzamento della posizione di quasi monopolio
della Liberty Lines e all’aggiudicazione di fondi regionali gonfiati".
Soprattutto, Morace "gode del forte appoggio del sottosegretario di stato
al ministero dei Trasporti senatrice Simona Vicari (il cui fratello è anche
dipendente della Liberty Lines)".
Sarebbe lei l’indagata, secondo quanto spiega il provvedimento.
Attraverso "il suo interessamento, Morace è riuscito a ottenere nel periodo
monitorato la presentazione e l’approvazione di un emendamento alla legge
di stabilità dello Stato con il quale veniva ridotta l’imposta d’Iva dal 10%
al 5% per i trasporti su navi veloci, causando un ammanco alle casse dello
Stato di 7 milioni di euro e, conseguenziale, notevole arricchimento della
società Liberty Lines".

In cambio dei favori sarebbe stato consegnato un Rolex

sabato 13 maggio 2017

I nostri politici non hanno altro da fare che salvare il loro sedere e quello degli amici, poi a pagare siamo sempre noi contribuenti, ora basta.

Banca Etruria, scontro Renzi-De Bortoli:
“Ossessionato da me”. M5s: “Delrio s’interessò
al caso.
Ora commissione inchiesta”
A tre giorni dall'uscita dell'ultimo libro di De Bortoli-Poteri forti. (O quasi)-non
si placa l'onda lunga delle polemiche successive alla rivelazione che l'ex numero
uno di via Solferino fa nel saggio.
Lo scontro a colpi di interviste ed editoriali tra l'ex premier e l'ex direttore
del Corsera, tra l'altro, arriva nel giorno in cui il ministro delle Infrastrutture
conferma di essersi attivano nel 2015 per trovare un acquirente a Banca Etruria
di F. Q. 13 Maggio 2017
Più informazioni su: Banca Etruria, Ferruccio De Bortoli, Graziano Delrio,
Maria Elena Boschi, Matteo Renzi, Movimento 5 Stelle.
Un ferocissimo botta e risposta tra l’ex premier, Matteo Renzi, e l’ex direttore
del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, nel giorno in cui Movimento 5 Stelle
rilancia la richiesta per istituire una commissione parlamentare d’inchiesta
sulle banche. Il motivo?
Le dichiarazioni di Graziano Delrio che ammette di avere chiesto al presidente
della Banca popolare dell’Emilia Romagna se avesse intenzione di acquisire
Banca Etruria ai tempi in cui era sottosegretario alla presidenza del consiglio.
“L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi
direttamente all’amministratore delegato di Unicredit.
Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile
acquisizione di Banca Etruria.
La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore
delegato di una banca quotata.
Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni
patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”, scrive l’ex direttore nel suo libro.
Un’ipotesi subito smentita dalla Boschi ma confermata più volte da De Bortoli
e implicitamente dallo stesso Ghizzoni che fino ad oggi non ha mai smentito
quanto riportato dal giornalista nel suo saggio.
E oggi tocca a Matteo Renzi intervenire sulla vicenda, difendendo la sua
ex ministra della Riforme.
“De Bortoli ha fatto il direttore dei principali quotidiani italiani per quasi vent’anni
e ora spiega che i poteri forti in Italia risiedono a Laterina?
Chi ci crede è bravo.
Ma voglio dire di più. Ferruccio De Bortoli ha una ossessione personale per me
che stupisce anche i suoi amici”, dice il segretario del Pd in un’intervista a Il Foglio.
“Quando vado a Milano, mi chiedono: ma che gli hai fatto a Ferruccio?
Boh. Non lo so. Forse–continua  il leader dem–perché non mi conosce.
Forse perché dà a me la colpa perché non ha avuto i voti per entrare nel Cda
della Rai e lo capisco: essere bocciato da una commissione parlamentare non
è piacevole.
Ma può succedere, non mi pare la fine del mondo.
Detto questo, che Unicredit studiasse il dossier Etruria è il segreto di Pulcinella.
Praticamente tutte le banche d’Italia hanno visto il dossier Etruria in quella fase.
Come pure il dossier Ferrara, il dossier Chieti, il dossier Banca Marche.
Lo hanno visto tutti e nessuno ha fatto niente.
Ferruccio De Bortoli–conclude quindi Renzi- ha detto falsità su Marco Carrai.
Ha detto falsità sulla vicenda dell’albergo in cui ero con la mia famiglia.
Ha detto falsità sui miei rapporti con la massoneria“.

Parole alle quali De Bortoli replica subito con un editoriale pubblicato
sull’edizione online del Corriere della Sera.
“Il segretario del Pd–scrive il giornalista–sostiene che io avrei nei suoi confronti
un’ossessione personale ma segnalo all’ex premier che avendo detto due volte
no alla proposta di fare il presidente, non era tra le mie ambizioni essere eletto
nel cda della Rai.
Visto quello che sta accadendo, ringrazio di cuore per non avermi votato.
Non avrei potuto comunque accettare avendo firmato un patto di non concorrenza”. 
Poi l’ex numero uno del Corsera entra nel dettaglio delle accuse lanciate
a Renzi e al Giglio Magico nel suo libro.
“Io non ho mai scritto che è un massone, mi sono solo limitato a porre
l’interrogativo sul ruolo della massoneria in alcune vicende politiche e bancarie.
Ruolo emerso, per esempio, nel caso di Banca Etruria-scrive De Bortoli–ho
commesso degli errori, certo.
Nel libro ne ammetto diversi in oltre quarant’anni.
Come quello in un articolo pubblicato sul Corriere sul caso JpMorgan-Mps
della data di un sms solidale inviato da Marco Carrai a Fabrizio Viola, licenziato
proprio dal suo governo.
Non so quali falsità siano state scritte sul soggiorno a Forte dei Marmi nell’estate
del 2014.
Mi aspetterei invece da Renzi che chieda scusa al collega del Corriere che, in
quella occasione, stava facendo il suo lavoro e alloggiava nell’hotel.
L’inviato venne minacciato dalla scorta che gli intimò di andarsene”.
Lo scontro a colpi di interviste ed editoriali tra Renzi e De Bortoli arriva nel
giorno in cui il ministro Delrio conferma di essersi attivano nel 2015 per trovare
un acquirente a Banca Etruria.
“Il mio ruolo all’epoca, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio,
era quello di accompagnare i ministri competenti nella gestione di queste crisi.
In questa veste, ho chiamato Caselli (all’epoca presidente della Banca popolare
dell’Emilia Romagna ndr) e ho chiesto informazioni sulle intenzioni di Bper
per Etruria.
La risposta fu che era stata esaminata ma Bper aveva deciso di non andare avanti.
Tutto qua”,  spiega a La Stampa l’attuale ministro delle Infrastrutture.
Un’ammissione quella di Delrio che infiamma il M5s. 
“Il conflitto d’interessi del governo è sempre più chiaro.
Oggi scopriamo che dopo Maria Elena Boschi anche Graziano Delrio si era
interessato per salvare Banca Etruria.
Un intero governo in movimento per la banca della famiglia Boschi”, dicono
i capigruppo 5 Stelle alla Camera e al Senato, Roberto Fico e Carlo Martelli.
“Basta mezze verità–continuano–serve subito approvare la commissione
d’inchiesta sulle banche.
Solo così sarà possibile ascoltare tutti i soggetti protagonisti delle rivelazioni

di questi giorni, fra cui anche Graziano Delrio”.