sabato 8 luglio 2017

Ed eccoci alla conferma che ormai siamo alla vera dittatura, siamo peggio del Venezuela e di tanti altri paesi in cui non puoi parlare, perchè corri il rischio di andare in galera, noi ci siamo vicino, leggete quì sotto cosa è successo ad un giornalista che ha scritto delle verità su certi personaggi criminali, ladri e mafiosi, poi fate le vostre valutazioni.

Travaglio Massacra Renzi
Nel Suo Ultimo Editoriale: “Se Tocchi
L’intoccabile Renzi Devi Prepararti A Tutto”.
7 LUGLIO 2017
Lavorare con la Guardia di Finanza in redazione senz’aver evaso un euro
di tasse né essere accusati di averlo fatto è già piuttosto seccante.
Ma leggere nel decreto di perquisizione della Procura di Napoli che essa “sorge
sulla base di una denunzia-querela dei difensori di Romeo Alfredo, in cui si
lamenta la pubblicazione di notizie coperte da segreto che peraltro avrebbero
natura diffamatoria per la posizione del loro assistito”, non sappiamo se faccia
più ridere o più piangere.
Il preclaro denunziante che il noto criminale Marco Lillo avrebbe diffamato
pubblicando atti della Procura che ci perquisisce è quel Romeo che la Procura
che ci perquisisce ha fatto arrestare quattro mesi fa per corruzione e indagato
un anno fa per associazione per delinquere e concorso esterno in
associazione camorristica.
Cioè: quello che per i pm di Napoli è un ladro e un amico della camorra chiede
da Regina Coeli alle guardie di punire il giornale che ha pubblicato le loro carte
che gli danno del ladro. E le guardie eseguono. In trent’anni e passa di cronaca
giudiziaria ne avevamo viste tante, ma questa ci mancava.
L’accusa di aver diffamato Romeo potrebbe sussistere se avessimo pubblicato
atti falsi, ma in quel caso i pm non potrebbero procedere per rivelazione di
segreto d’ufficio.
Siccome abbiamo pubblicato atti veri, non può sussistere alcuna diffamazione.
Ergo la perquisizione “sulla base di una denunzia- querela dei difensori di Romeo”
non sta né in cielo né in terra–scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
nell’editoriale di oggi 6 luglio 2017, dal titolo “Guardie e ladri”.
Ciò che la Procura non può dire è che della reputazione di Romeo non gliene può
importare di meno, altrimenti non l’avrebbe fatto arrestare.
Ciò che cerca, dietro il paravento di Romeo, è la nostra fonte.
Ma non può ammettere neppure questo: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha
diffidato più volte gli Stati dal tentare di risalire alle fonti dei cronisti attraverso
perquisizioni, intercettazioni, incriminazioni per reticenza.
Tutte violazioni dell’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come
ha confermato la Cassazione.
Eppure quella norma ieri è stata ripetutamente violata dai pm di Napoli, a maggior
ragione in quanto Lillo non è neppure indagato, con un mega-blitz che nemmeno
per la camorra: una ventina di militari sguinzagliati fra Roma, Padova e la Calabria
(dove il putribondo figuro tenta di farsi qualche giorno di ferie).
E precisamente: nella sede del Fatto, nelle case romana e calabrese di Lillo, in quella
dell’ex moglie, in quelle del padre 96enne a Roma e in Calabria, nella tipografia
di Grafica Veneta a Trebaseleghe.
Perquisizioni, ordini di esibizione, cassetti scassinati, computer e telefonini
sequestrati ‘ndo cojo cojo, persino all’ex moglie e alla compagna giornalista di Lillo
e financo all’art director e responsabile grafico del Fatto, Fabio Corsi.
Quando viene perquisita una persona, tipo un giornalista, che può opporre il segreto
professionale, per evitare atti invasivi come il sequestro indiscriminato degli strumenti
di lavoro e di comunicazione, è obbligatorio per legge l’“ordine di esibizione”.
Lillo non era a Roma, ma ha acconsentito via telefono (quello del figlio: il suo
l’avevano sequestrato) a esibire tutti i file richiesti.
Ma i finanzieri hanno avuto l’ordine di sequestrargli tutto indiscriminatamente,
aggirando la legge con la scusa che poteva esserci “altro”.
E tanti saluti al suo diritto di tutelare le fonti, senza che neppure un giudice
l’avesse sollevato dal segreto, imponendogli di rivelare il suo informatore per
cause di forza maggiore.
Tutte queste forzature sono state verbalizzate dal nostro avvocato, che presenterà
ricorso contro questa catena di atti abnormi e illegittimi.
Ora però è il momento di uscire dai tecnicismi, che pure ci pare doveroso far
conoscere ai nostri lettori, e alzare lo sguardo.
Non siamo né il primo né l’ultimo giornale a pubblicare notizie segrete e a
subirne le conseguenze.
Anzi, ce la siamo proprio andata a cercare: quando si tocca il più intoccabile
degli intoccabili – Matteo Renzi – bisogna prepararsi a tutto.
Anche a due inchieste parallele e invasive quant’altre mai, a caccia delle fonti
(solo le nostre) che ci hanno svelato notizie segrete (ma anche, come vedremo,
non segrete).
Non solo quella della Procura di Napoli, ma anche quella dei pm di Roma, che
per la prima volta nella storia hanno indagato un pm, Henry John Woodcock,
e la sua compagna, Federica Sciarelli, sequestrandole telefono (Lillo ha già
dichiarato, e metterà a verbale quando sarà sentito, che le sue fonti non sono
loro: altrimenti non avrebbe parlato al telefono neppure con la Sciarelli).
Pare che le due Procure si siano convinte di una macchinazione eversiva di
uomini del Noe tramite fughe di notizie sull’inchiesta Consip (quella su tangenti,
traffici d’influenze, appalti truccati e soffiate istituzionali agli indagati: tutti
fatti che non sono minimamente in discussione) per colpire presunti nemici
interni: il comandante dell’Arma, generale Tullio Del Sette (che a fine anno,
quando il Fatto parlò per primo dell’inchiesta, doveva essere confermato dal
governo); e il servizio segreto civile Aisi (con accuse false a vari 007).
Così giustificano l’incredibile spiegamento di forze, mai usato da alcuno per
una fuga di notizie, nè da loro per le soffiate che hanno rovinato l’inchiesta
principale, quella su appalti truccati e tangenti pagate o promesse.                                                                                                                                                  
Se i telefoni di Lillo, della sua compagna e di quella di Woodcock sono nelle
mani degli inquirenti, quelli di babbo Tiziano e del figlio Matteo, ma anche
dei generali Del Sette e Saltalamacchia ecc. non sono mai stati sequestrati e i
loro uffici e abitazioni non sono mai stati perquisiti.
Come se fosse più grave pubblicare notizie su un giornale che avvertire una
banda di presunti ladri perché tolgano le cimici, smettano di parlare e trafficare
per pilotare il più grande appalto d’Europa.
E di quali notizie segrete stiamo parlando, poi?
Quella su cui indaga Roma, che poi scatena il bis di Napoli, è la perquisizione
del Noe alla Consip il 20 dicembre 2016, con l’interrogatorio di Marroni che
accusa Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, indagati subito dopo.
Quanto poteva durare il segreto su quel plateale blitz di un manipolo di
carabinieri in un ufficio pubblico popolato da decine di dipendenti e funzionari?
Se la notizia non fosse uscita sul Fatto il 21 dicembre, l’avrebbe raccontata
qualche altro giornale il 22, perché era un fatto pubblico, un segreto di Pulcinella,
che fra l’altro non ha danneggiato nè avvantaggiato nessuno (gli indagati
sapevano già tutto da mesi grazie alle loro fonti istituzionali).
E il registro degli indagati, almeno a Roma, non è mai stato top secret, viste le
infinite notizie di iscrizioni anche eccellenti pubblicate quasi in tempo reale.
Non solo: dell’inchiesta Mafia Capitale sapevano diversi giornalisti molto
prima degli arresti, tant’è che avevano già riempito fior di articoli, libri,
persino film e fiction.
Infatti i due poliziotti indagati per aver avvertito Massimo Carminati furono
poi prosciolti perché la notizia era ormai di dominio pubblico.
Qualcuno ha mai perquisito giornalisti, fidanzate, stampatori, grafici, fuochisti,
macchinisti e ferrovieri per smascherare la fonte? Non risulta.
La Procura di Napoli indaga invece sulla pubblicazione delle due informative
del Noe su Consip: quella del 9 gennaio e quella di febbraio 2017.
Ma la seconda era stata depositata agli atti dalla Procura di Roma, dunque
non era segreta.
E la prima, segreta, fu pubblicata da tutti i maggiori quotidiani il 4 marzo,
mentre il Fatto una volta tanto la ebbe solo l’indomani: eppure gli unici
perquisiti siamo noi.
Il Fatto pubblicò la telefonata top secret dei due Renzi, così come un noto
settimanale riportò il verbale segreto di Marroni: e gli unici perquisiti
siamo sempre noi.
Il che ci rafforza nella convinzione che non ci abbiano perquisiti per tutelare
l’onorabilità di Romeo, ma per farci sputare la fonte.

Cosa che, purtroppo per loro, non possono fare.

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