Consip, Marroni
accerchiato e annientato.
Si dimettono Ferrara e
Ferrigno, decade il cda.
L’indagato Lotti resta
al suo posto
Prima del dibattito in aula
(imbarazzante per Pd e governo) della mozione
per chiedere l’azzeramento dei
vertici, il presidente e una consigliera lasciano.
Così l’accusatore non indagato
salta e il ministro resta.
F. Q. | 17 giugno 2017
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Pubblici, Consip, Luca Lotti, PD
“Hanno deciso di farmi fuori.
Io che in questa vicenda sono
l’unico non indagato”.
Luigi Marroni l’aveva capito
venerdì, alla presentazione della mozione Pd che
chiedeva l’azzeramento dei
vertici Consip, ma forse non pensava che la questione
si sarebbe risolta
automaticamente nel giro di 24 ore.
Si sono dimessi i consiglieri del
Tesoro nel consiglio di amministrazione: il presidente
Luigi Ferrara e la consigliera
Marialaura Ferrigno.
Di conseguenza, essendo formato
da tre componenti (l’altro è appunto l’ad) decade
l’intero board della società
controllata dal Mef al centro dello scandalo che vede
indagato, tra gli altri, il
ministro dello Sport Luca Lotti.
Marroni, accerchiato dai partiti
e annientato dai colleghi, resta in carica con il
solo compito di convocare, entro
otto giorni, l’assemblea dei soci che dovrà
nominare il nuovo cda.
E’ dunque questa la “soluzione”
al caso Consip, al centro di un fitto lavorio nelle
ultime ore mentre per martedì era
stata messa in calendario al Senato la discussione
sulle mozioni, compresa quella
del Pd che avrebbe chiesto l’azzeramento dei vertici.
La decisione dei due consiglieri,
di fatto, si rivela un provvidenziale favore al Pd
che si è trovato a rincorrere
l’opposizione nella richiesta di rimuovere i vertici
“in tempi celeri” e che a questo
punto potrà evitare l’imbarazzante prova dell’aula.
Il gruppo dem a Palazzo Madama ha
firmato venerdì una mozione-fotocopia di
quella presentata a marzo dai
senatori di Idea Augello e Quagliariello cui sono
arrivate ben 73 sottoscrizioni
provenienti praticamente da tutti i gruppi parlamentari:
Forza Italia, Lega, M5s, Gal,
Ala, Alternativa Popolare, gruppo per le Autonomie,
gruppo Misto.
Mancava giusto il Partito Democratico
che, per evitare la trappola della mozione,
aveva depositato la propria al
fine di neutralizzare quelle altrui.
Ma la maggioranza risicata al
Senato non escludeva affato il rischio di andare
allo scontro parlamentare e di
finire sotto, con conseguenti, prevedibili, polemiche.
Così a togliere le castagne dal
fuoco al segretario del Pd Matteo Renzi–il cui
padre Tiziano è indagato dallo
scorso febbraio–ci hanno pensato gli altri due
consiglieri chiamandosi fuori:
con l’addio di due membri su tre decade l’intero
consiglio di amministrazione e
l’oggetto del contendere.
Le dimissioni non cancellano
ovviamente lo scontro politico cresciuto intorno
alla società dopo l’emergere
dell’inchiesta sulle pressioni intorno al maxi-appalto
da 2,7 miliardi per il Facility
management, vale a dire la gestione e la manutenzione,
degli immobili pubblici.
In questa inchiesta Marroni è
stato sentito più volte come testimone, diventando
il “grande accusatore” del
ministro dello Sport Luca Lotti sulla rivelazione del
segreto d’ufficio.
Lotti, indagato insieme al
generale dei Carabinieri Emanuele Saltalamacchia,
ha sempre respinto ogni addebito.
Ad aggravare l’intreccio è
intervenuto poi il caso-Scafarto, il vicecomandante
del Noe che ha seguito
l’inchiesta della Procura di Napoli ed è ora indagato
per depistaggio con l’accusa di
falsi nell’informativa sui presunti incontri tra
l’imprenditore napoletano Alfredo
Romeo e Tiziano Renzi.

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