Giovedì 8 giugno 2017
L'editoriale odierno di
Travaglio è una bomba
contro Napolitano.
S'incazzerà come non mai.
Guardate cosa ha
scritto..
Marco Travaglio - Senti chi
monita
Se Napolitano non ci fosse,
bisognerebbe inventarlo.
È una bussola all’incontrario, un
barometro alla rovescia.
Per capire se una cosa è giusta o
è sbagliata, basta aspettare che lui moniti.
Se è contento, è sbagliata.
Se è incazzato, è giusta.
Se chiede di fare A, bisogna
affrettarsi a fare B.
Se auspica X, bisogna augurarsi
Y.
Se va a Nord, conviene buttarsi a
Sud.
Basta fare il contrario di quel
che vuole lui per avere la certezza pressoché
matematica di non sbagliare.
Vi pare poco, in tempi così
confusi?
Fateci caso: qualunque politico
abbia seguito i suoi amorevoli consigli, ne ha
poi subìto le mortifere
conseguenze; viceversa chi non gli ha mai dato retta
oggi gode di ottima salute.
È così dal 1956, quando esaltò
l’Armata Rossa che reprimeva nel sangue la
rivolta di Budapest, poi appena
50 anni dopo dovette chiedere scusa.
Dagli anni 80 al 1992 voleva
l’alleanza del Pci col Psi di Craxi, poi sappiamo
com’è andata.
Nei nove anni al Quirinale ne
combinò di tutti i colori.
Eletto e rieletto da due
Parlamenti figli del Porcellum dunque illegittimi, nel 2014
avallò la partenza dell’Italicum
in Parlamento e poi, il 4 maggio 2015, appena
sceso dal Colle, cazziò chi osava
votare contro alla Camera.
Peccato che anche quello fosse
incostituzionale.
E per giunta valeva solo per la
Camera perché–negli auspici di Napo&Renzi–il Senato
non l’avremmo più eletto noi, ma
l’avrebbero nominato i Consigli regionali.
Non avevano pensato che al
referendum poteva pure vincere il No, e infatti vinse:
gl’italiani rasero al suolo anche
la riforma costituzionale di Re Giorgio, con dentro
il povero Matteo che gli aveva
dato retta.
Così Camera e Senato si
ritrovarono con due leggi elettorali diverse.
E il 5 dicembre, quando Renzi si
dimise, Mattarella scoprì con grande sorpresa
che non si poteva votare con due
sistemi disomogenei.
Nacque così il governo-fotocopia
Gentiloni per dare il tempo al Parlamento
di approvare un nuovo sistema di
voto proprio nel periodo meno indicato:
il finale di legislatura.
E lì è avvenuto il miracolo: per
la prima volta i maggiori partiti han trovato un’intesa
su un modello proporzionale che
non avvantaggia né svantaggia nessuno.
Cioè, una volta tanto, hanno
partorito una legge elettorale condivisa dall’80% del
Parlamento (sul testo nutrivamo e
ancora nutriamo molte riserve, sperando che
siano superate in aula, ma qui
parliamo del metodo, non del merito).
Che, diversamente dalle ultime,
pare addirittura costituzionale.
Un presidente emerito normale
s’inchinerebbe alla stragrande maggioranza
parlamentare.
E si congratulerebbe con i leader
che sono riusciti là dove, sotto la sua guida,
avevano fallito.
Un emerito normale, appunto: non
Napolitano.
Il quale infatti, schiumando di
rabbia e battendo i pugni come i misirizzi
del Far West, davanti agli
adoranti corazzieri Cassese, Manzella, Bassanini,
Dini e Bonino, insomma la meglio
gioventù, si scaglia contro il Parlamento
che dopo due lustri osa approvare
una legge che non piace a lui (infatti è legittima).
Accusa i quattro leader
dell’accordo di “calcolare esattamente le proprie
convenienze”, mentre ai suoi
tempi–quando B. e Renzi imponevano agli altri
le loro leggi illegali a colpi di
maggioranza e di fiducie–si seguivano solo gli
interessi del Paese.
E attacca la decisione dei 4/5
del Parlamento di staccare la spina al quarto
governo consecutivo mai voluto
dagli elettori: un “patto extracostituzionale…
semplicemente abnorme” solo
perché non piace a lui.
E perché “in tutti i Paesi
democratici europei si vota alla scadenza naturale”.
Con tanti saluti al capo dello
Stato, che casomai non lo sapesse non è più lui
e che, sulle elezioni anticipate,
ha tutt’altra posizione.
In effetti però non se ne può più
di questi scioglimenti anticipati delle Camere,
come quelli decisi nel gennaio
2008 (anziché nel 2011) e nel dicembre 2012
(anziché nella primavera 2013).
Da chi? Da Napolitano,
naturalmente.
Ma forse non è l’aggettivo
“anticipate” a fargli saltare la mosca al naso: è il
sostantivo “elezioni”.
Cioè quella brutta cosa dove gli
elettori scelgono da chi vogliono essere governati
senza chiedere il permesso a lui.
Infine, come se il suo voto in Senato non
alesse 1 su 319, l’emerito
minaccia di “esprimermi come mio diritto” da par suo
contro la legge che lui chiama
“trovata”, sempreché–precisa stizzito–“il passaggio
in Senato non sia quasi un volo
d’uccello” (come prevedeva la sua
controriforma costituzionale).
A questo punto qualcuno che gli
vuol bene dovrebbe prendere da parte l’anziano
ex regnante e avviarlo alle virtù
auree del silenzio e della rassegnazione: non ne
hai mai azzeccata una in vita
tua, il tuo mondo non c’è più, i tuoi moniti servono
giusto a fare il brodo, il
Parlamento dopo la lunga quarantena monarchica ha
riscoperto la Repubblica e s’è
rimesso all’opera senza prendere ordini da un
pensionato come te.
Invece no.
Su Repubblica Ezio Mauro prende
per oro colato il suo sbocco di bile, perché
spera che negli ultimi 6 mesi di
legislatura il Parlamento ci regali tutte le
mirabolanti “riforme” che non ha
varato in 4 anni e mezzo (come gli studenti
somari che fanno tre anni in uno,
non essendo neppure riusciti a farne uno).
E domanda a Renzi–meglio tardi
che mai–“quando mai il Pd ha discusso questo esito
programmato e pilotato della sua
storia”: il governo Renzusconi prossimo venturo.
Come se fosse la prima volta che
il Pd governa con FI.
A noi pare di rammentare che nel
2013 Napolitano si fece rieleggere, dopo aver
giurato per un anno il contrario,
apposta per battezzare il governo Letta, sostenuto
da Pd e FI e benedetto urbi et
orbi da Repubblica.
Come passa il tempo.

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